martedì 21 settembre 2010

Sulla teoria ultima - parte 1: possibilità


In ambito fisico, dal secondo dopoguerra in poi - a partire forse dall’attenzione riservatavi nei suoi ultimi anni di ricerca da Einstein - si succedono speranze, invocazioni o veri e propri annunci del ritrovamento di teorie del tutto, che nella accezione dei fisici dovrebbero dischiudere l’onniscenza sull’intero mondo fisico all’uomo. Senonchè queste teorie riguardano soltanto le particelle elementari. Dunque si basano su assunti di riduzionismo e materialismo estremi: conoscendo le leggi ultime che disciplinano le proprietà di e le interazioni tra le particelle elementari, sarà data automaticamente la conoscenza del mondo fisico nella sua interezza di dimensioni – perchè le particelle elementari spiegano la fisica tutta, la fisica spiega la chimica, la chimica spiega la biologia, la biologia spiega l’ecologia, e proseguendo questa spirale ascendente di sapore vagamente hegeliano si espanderebbe a includere ogni aspetto dell’esistente.
Può anche darsi che sia così. Tuttabia, tale programma di ricerca, emblematico della big science – che a partire dagli anni ’70 del secolo scorso si fonda sul Modello Standard, e sembra (da poco tempo dopo) essersi ingolfato nei funambolismi e avviluppamenti matemagici della teoria delle superstringhe – potrebbe essere messo in difficoltà da altre discipline scientifiche; per esempio, da quell’insieme eterogeneo e sinergico di concetti e metodologie collettivamente chiamato (scienza della) complessità, che dimostra ormai da tempo come anche sistemi apparentemente semplici di enti interagenti posso dar vita a fenomeni a priori imprevedibili e di grande contenuto informativo. D’altra parte, per rispondere all’interrogativo di sopra qualcuno potrebbe anche citare (probabilmente a sproposito) i teoremi di incompletezza di Gödel e di indecidibilità di Turing; oppure Hawking, che dedicò all’argomento la seconda parte della sua lezione (Nascita del tempo e fine della fisica) di insediamento sulla cattedra di Cambridge che fu di Newton, nonchè la conclusione del suo Dal big bang ai buchi neri. In quest’ultimo (libro divulgativo), egli prende in considerazione tre scenari possibili per la teoria del tutto: la teoria non esiste e la scienza prosegue ignara di brancolare nel buoi; la teoria esiste e gli umani si avvicinano asintoticamente alla sua conoscenza; la teoria esiste e gli umani la scoprono (e si suppone che la comprendano), nel qual caso non resterebbe che definirne i dettagli e poi semplicemente vivere, sapendo di essere entrati nella mens dei (si spera spinoziano, vale a dire sive natura) – e, si potrebbe aggiungere ora, dedicandosi finalmente (solo) al lato construens (o, con termine abusato, olistico) della scienza. Roba forte la terza via, ma contraddistinta da una certa connotazione di tristezza - che forse è semplicemente intrinseca all’idea di terminazione dell’impresa scientifica (riduzionista) e di fine in sè – e di già visto.
Si, perchè questo non deve ingannare: la fine della fisica è stata anch’essa ripetutamente predetta e sancita nel corso degli ultimi decenni, a partire da un secolo prima della lezione di Hawking. Era infatti sentimento comune e palese alla fine del XIX secolo che in fisica non mancasse da fare altro che definire la quinta o sesta cifra decimale delle grandezze già note. Tutto sembrava già fatto, spiegato, compreso, evidente, a posto. Ma si trattava, di un’illusione imbarazzante, perchè da li a poco dovevano figurare Roentgen con i suoi raggi X, Becquerel con le sue lastre fotogragiche impressionate al buio, Plank con il suo quanto di azione, Nernst con il ruolo attivo e non-locale del vuoto, i fratelli Wright con i loro (veli)voli impossibili, Einstein con le sue relatività, i già citati Gödel e Turing con le loro risposte negative ai rispettivi quesiti di Hilbert, Fermi con le sue pile atomiche, Feynmann con la QED e Gell-Mann con la QCD, Lorenz con il suo attrattore strano, Salam e Weinberg con l’unificazione elettrodebole, Preparata e Del Giudice con la QED coerente – e solo per citarne alcuni!
Per quanto detto, viene da pensare che oggi la situazione possa essere un ricorso di quanto già occorso – sebbene entro condizioni al contorno inevitabilmente diverse. In particolare, oggi non domina più l’atteggiamento positivista di Comte e Mach, in voga alla fine dell’800 e di per sè autolimitante nei confronti del progresso della scienza oltre i confini dei sensi umani – e che infatti fu eluso ben presto da tutti, sulla tragica scia di Boltzmann. Al contempo, la big science è sempre più onerosa; alcuni scienziati sono diventati miti intoccabili, e le loro teorie approcciate con reverenza quasi dogmatica o fideistica; e in alcuni ambiti si avverte un certo conservatorismo e fazionismo di ascendenza extra-scientifica. Ad accomunare le due epoche è però la superstizione di un certo integro-fondamentalismo di matrice religiosa, ancora ignorantemente shockato dalla sconfinata recessione del posto e del ruolo dell’uomo nell’universo, e geloso dei progressi scientifici che insidiano le sue derelitte teorie – oh si, i fondamentalisti religiosi si, che possiedono (e da quanto tempo!) la conoscenza definitiva!
Tuttavia, il tempo sta accelerando, sempre più.

venerdì 17 settembre 2010

L'arte della sensualità


Si sente spesso parlare di sensualità dell’arte. Riflettendoci, penso che ciò celi una sorprendente discriminazione. Ma anche che ci sia un sempiterno esempio.
Tutte le arti si rivolgono a un numero limitato di sensi, e comunque non li soddisfano certamente tutti allo stesso modo. Tutte si rivolgono, in un modo o nell’altro, alla mente, ma si concentrano su e sono veicolate massimamente da vista e udito. La cucina, certamente una forma artistica di chimica, si occupa del gusto.
E per il resto? Chi si dedica all’olfatto e al tatto?
E’ vero, si da il caso di concerti in cui essenze diverse venissero dissolte nell’aria in corrispondenza di opportuni brani (mi dicono che l’abbia fatto perlomeno Jovanotti). E certo entrare in profumeria, sniffare colla o benzina, o maneggiare compost organici può fornire soddisfazioni erotiche o regalare piaceri anche intensi. Ma cosa fare per il tatto?
Bisognerebbe forse chiedere a chi legge in Braille cosa si aspetta per opera d’arte ideale? O andare a tastare tutte le tele del mondo per scoprire il pittore che aveva il tocco migliore? O pompare gli amplificatori sempre al massimo per essere scapigliati e cappottati dalle casse degli impianti di diffusione?
Io guarderei più vicino. E penso che l’arte sensualmente più completa ed appagante sia: il sesso.
Visioni, auscultazioni fruscii ansimi grida, odori, gusti, palpatine massaggi strusci sfregamenti baci; geometrica complementarietà e compenetrazione dei corpi; armonia di forme e di ritmi; coinvolgimento e sconvolgimento di segreti e secrezioni.
Roba da dio.

giovedì 16 settembre 2010

Leggerezza fondata


Preludio:
leggendo le sue Lezioni Americane, si ha quasi la sensazione che li Calvino abbia finalmente svelato l’armamentario di impalcature, strutture, tecniche e metodi accumulati nel suo artigianato, e dato l’idea di quanto lavoro abbia richieduto raggiungere la leggerezza (di cui parla in una celebre di quelle lezioni) che si manifesta nel suo stile letterario. Perchè Calvino si prendeva sul serio.

La leggerezza nella sua forma più sciatta e sterile si compone di pura superficialità, sradicata e fragile. La leggerezza è invece molto più interessante e rivelatrice quando scaturisce dalla convinzione di sè e nei propri mezzi. Con semplice bisticcio, bisogna saper leggere la leggerezza.
L’adozione sistematica ed imprescindibile di uno stile di scrittura perentorio, assolut(istic)o, necessario ed universale, e pertanto di solito pesante, saturante e ostico, che non lascia nulla all’immaginazione o all’interazione del lettore, bensì la costringe inappellabilmente entro strutture anguste di una rigidità parossistica – questa scelta, per l’appunto, rivela probabilmente un desiderio di proporre a se stessi una disciplina vincolante ed egemone, con l’augurio che essa aiuti a mascherare, confortare e consolare irrequietezza, instabilità, inquietudine, scarsa convinzione ed insoddisfazione di fondo. Di fronte a simili gabbie autoimposte si ha l’impressione di assistere ad un tentativo di far fronte alla dissoluzione o al deliquio della personalità, persa tra timori e conflittualità.
La stabile sicurezza conseguente al raggiungimento della convinzione in sè (in una parola, la maturità) permettono un ritorno alla leggerezza dello stile e degli atteggiamenti più in generale, ora riempiti di confidenza e fondati su basi più solide, per quanto e ancora in divenire. Questa leggerezza coesiste, interagisce e si alimenta con la consapevolezza d’ignoranza personale, la curiosità e il dubbio metodologico. Abbandonata la coazione all’oppressione, si preferisce alludere ed indicare soltanto, senza curarsi di otturare tutti gli spazi – e non perchè si abbia paura di non saperlo fare. Si possono finalmente accantonare e riscattare quelle angoscie e vergogne che, se pure sussistenti, dovrebbero essere materia di lavoro personale, ma che invece venivano proiettate sul destinatario nell’intento spasmodico di celarle. Con la leggerezza trasformativa di cui parliamo si possono far sedimentare tutti quei fardelli – si possono lasciare sul fondo per tenere ancorato il nostro bel aquilone.

Leggere con cautela


Non si deve leggere indiscriminatamente!
Anche se morsi dalla curiosità o dalla lussuria, così facendo si rischia di leggere le cose (giuste o sbagliate che siano) al momento sbagliato.
E questo non è consigliabile, perchè si potrebbero scoprire le soluzioni a dei quesiti (pratici o intellettuali, fisici o metafisici) che magari si sarebbe prima dovuto - o quantomeno voluto - risolvere da soli, senza aiuti. Ed anche perchè si potrebbe, altrettanto pericolosamente, essere indotti a credere che quelle soluzioni siano le uniche o le migliori (cosa non raramente falsa), e con questo a credere che non valga più la pena porsi quelle domande, tanto tutto è stato già detto e fatto (illusione devastante!). Ed infine, perchè si rischia di aver accesso alla formulazione stessa di quesiti per i quali non si è ancora pronti (perchè non si è in grado di comprenderne la rilevanza o di porli nella prospettiva o nel contesto più adatti, o perchè la nostra personale catena di ragionamenti ed interessi non ci ha portato in quelle zone del paesaggio mentale). L’avanzamento della personale ricerca intellettuale dovrebbe essere graduale e disciplinata, mossa eminentemente dalle percezioni individuali (di sè, del momento e del contesto).
Questo per quanto riguarda la saggistica, compresa la letteratura impegnata. Altro discorso, coerente col precedente, vale per la letteratura non impegnata di puro intrattenimento (con rispetto parlando), che in questo ambito associerei per analogia alla mollica del pane, o al sorbetto che si gusta durante i grandi pasti per separare le varie portate principali.
In questo caso, mangiare senza criterio e in quantità eccessiva rispetto alle proprie necessità e addirittura oltre le proprie possibilità, soltanto per inerzia o per non restare senza far nulla (cioè, fuor di metafora, senza avere nulla per la testa), è un comportamento ozioso e pigro, che sazia di tutto fino a saturare il desiderio e al contempo impedisce di gustare e assimilare le singole vivande come meriterebbero. Imbottirsi soltanto di mollica o di sorbetti rende sazi di poca sostanza. Si dovrebbe invece preferire una assunzione moderata e strategica di mollica e sorbetti, allo scopo di intervallare le porzioni principali del pasto (intellettuale) e coadiuvarne la corretta digestione e assimilazione.
Anche qui, serve un buon filtro.

mercoledì 15 settembre 2010

Colui che fece girare le sfere


Con la scoperta di quello che poi sarebbe stato chiamato primo principio della dinamica, Galileo iniziò a far girare le sfere. Secondo codesto principio, un corpo (celestre o terrestre che sia) persiste nel suo stato di moto finchè una causa esterna non interviene a modificare tale stato. Questo significa (con tripudio eracliteo, e molto prima che ciò venisse riscoperto e sottolineato dalla meccanica quantistica, in un contesto completamente diverso) che lo stato di quiete di un corpo non è necessariamente il suo stato naturale: la quiete è un caso speciale di moto un corpo, ovvero un moto con velocità (e accelerazione) nulla – un’eccezione, più che la regola. Questo spazzava via millenni di legge aristotelica, peraltro in una maniera piuttosto contorta (perchè l’empirismo e il materialismo dei lavori galileiani era considerato di ascendenza aristotelica; senonchè poi Galileo giunse alla sua conclusione attraverso un ragionamento asintotico (non riuscendo a eliminare praticamente tutto l’attrito nei suoi esperimenti) che lo fece sfociare in un ambito meta-fisico, più prerogativa del platonismo).
E fece gagliardamente girare le sfere - in senso cosmologico e figurato.
In senso cosmologico, il principio confutava di per sè, in sostanza, la necessità stessa di un etterno motore primo immobile, ovvero di quella sfera celeste esterna alle altre e sede del sommo manovratore, la quale, sebbene supposta immobile (per tradizione oserei dire parmenidea), purtuttavia innescava causalmente il moto delle sfere interne a cui erano appesi i pianeti rotanti attorno alla Terra.
Questo sconvolgimento della scenografia celeste costituiva allo stesso tempo un gran giramento di sfere per l’ortodossia cattolica egemone al tempo, che faceva della dimostrazione tommasea (di matrice ancora aristotelica) ex motu uno dei cardini dell’esistenza del suddetto manovratore. Quella lesta dimostrazione - e per estensione tutte le altre ad essa somiglianti tramite inversione (vedi la ex fine) o altre simmetrie - veniva dal nostro tacitamente privata di fondamento. E ciò avveniva ancora prima che tutte queste dimostrazioncine venissero letteralmente annichilite dalla confutazione humiana del principio stesso di causalità.
Su questa base clamorosa si può aggiungere quel che è più noto - e che fu formalmente punito dal porporato (non di vergogna, ahimè) Bellarmino – e cioè che poi quell’eversivo di Galileo appoggiò di peso la teoria eliocentrica (nonostante fosse anche un buon astrologo!), presentata da Copernico e già avallata da Keplero. Ma mentre il (sapientissimo ed esoterico) Keplero era considerato certamente un ganzo ma sui generis (sapete, lavorava a Praga per Rodolfo II, il re invasato per l’alchimia, insomma non si poteva prendere molto sul serio ecco...), il consenso di Galileo all’astronomo polacco fu problematico. Innanzitutto, era geograficamente più vicino; poi, era cattolico (quanto Keplero e tutti gli altri, del resto); e soprattutto, dava inizio a quella che è stata definita a posteriori la rivoluzione kepleriana della scienza. Essa si basa sul seguente, temibile assunto: se un modello matematico si dimostra capace di descrivere con precisione un fenomeno naturale, allora esso rappresenta una legge che pertiene de facto alla natura, cui cioè la natura stessa obbedisce. Ovvero, se un tale modello esiste, esso di per sè deve essere ontologicamente vero. Mentre la rivoluzione copernicana fu eminentemente cosmologica (e sarà emulata da Kant secoli dopo in campo gnoseologico), quella kepleriana fu filosofica prima che metodologica. Con essa si attribuiva valore di verità fondamentale e sostanziale alle scoperte empiriche, e divenne un caposaldo della nascente Scienza in senso moderno.
Si può sospettare che questo impietoso spodestamento del nos diximus a favore di una costante e progressiva sostituzione di modelli vigenti e perfettibili, assunti al livello di leggi temporanee di natura, sia stato l’elemento dell’attività di Galileo filosoficamente meno tollerabile da parte dei teologi cattolici. Che ancora sognano di tornare all’epoca in cui la loro esclusiva loggia dettava legge.

Il salto e la fase pseudo-construens


Da Socrate (e forse anche da prima) fino a Hillman - passando per Spinoza e innumerevoli altri liberi indagatori, e accompagnati da buona parte della tradizione massonica non deviata (di cui si può trovare una soprendente apologia nell’ultimo romanzo di Dan Brown) - risuona il sempiterno richiamo (una sorta di filosofia perenne, per parafrasare Huxley) a conoscere se stessi (know ye not that ye are god) come condizione imprescindibile di ogni percorso di maturazione individuale e di accesso ai poteri latenti del corpo umano. Un percorso tradizionalmente articolato in una fase destruens ed una successiva fase construens.
Ritengo tuttavia che l’innesco di questa dinamica interiore presupponga un precedente salto da parte dell’individuo – una intuizione, una illuminazione spoliativa, una comprensione pur breve ma impressionante del sè nudo e auto-sufficiente - che mostri in un baleno il percorso a venire e ne illustri la necessità. Questo salto individuale è un moto di emancipazione, preludio a una rigenerazione - scaturito dalla realizzazione che finora si è partecipato a una costruzione della propria personalità fittizia, probabilmente fallace o arbitraria, perchè avvenuta in buona parte a propria insaputa, passivamente, e non coerentemente con il nucleo fondante e motore della persona. Si tratta di un salto, perchè esso muove, forse per la prima volta, tutto l’individuo nella sua consapevole interezza; perchè presuppone una rivisitazione e se necessario un abbandono della propria esperienza passata; e, soprattutto, perchè non può, con ogni probabilità, essere impartito o insegnato dall’esterno, ma spunta spontaneamente e in forma esclusiva dall’interno. E’ il salto che mette fine a quella che, per questo, chiamo la fase pseudo-construens.
Questo balzo permette di prendere distacco dagli insegnamenti ricevuti, e di comprendere che si da una esistenza autonoma e indipendente anche, o soprattutto, a prescindere da essi. Contestualmente, si afferra la salutare necessità di criticare (in senso kantiano) l’insieme eterogeneo di dottrine, pre-concetti e automatismi di cui siamo stati dotati e che abbiamo ricevuto - culturalmente o geneticamente – in modo involontario, passivo e acritico. Questo ammasso di pre-giudizi va setacciato e vagliato scientemente – confermato perchè con ogni probabilità si è stagliato finora a separare l’individuo dal suo nucleo fondante. Tale sondaggio interiore – un esercizio progressivo, disciplinato e permanente, ed esclusivo del singolo individuo così come il suo esito specifico - costituisce la successiva fase destruens – dove tanta parte può svolgere l’ironia. Con essa si arriva a comprendere che l’eredità più duratura e preziosa del nugolo di materiali assunti in passato risiede, soprattutto, nella rete coerente ed auto-sufficiente di strutture, relazioni, dinamiche e pattern - spesso soltanto implicite, intuitive ma evidenti, piuttosto che esplicite, codificate e cristallizate – che l’individuo con la sua sensibilità ha afferrato tra le righe, che all’individuo affiorano dopo lenta maturazione e assimilazione. E forse non c’è altro modo attraverso cui questo possa avvenire – se non una illuminazione personale.
Il superamento della fase pseudo-construens si innesca con la presa consapevolezza di come quei materiali iniziali e lontani siano serviti soltanto da pretesto, introduzione, cavallo di Troia, lasciapassare o forse scusa per veicolare - senza che sia rigettata nel contempo – quella eredità di cui l’individuo si trova ora a disporre; e di come l’utilizzo effettivo ed indipendente di questa conoscenza – un tesoro inviolabile ed inalienabile - si possa attuare a prescindere da loro.
Solo sulla base di questa opera igienizzante e purificatrice si può e si deve poi cominciare ad erigere ed innalzare – spontaneamente e liberamente, cioè secondo gli autentici dettami della nostra natura ritrovata. Solo a questo punto si potrà parlare di vera fase construens.

Migliaia di (per)s(on)aggi prima di me (e incomparabilmente più evoluti) hanno trasmesso questo semplice messaggio – sebbene esso, per l’appunto, non sia comprensibile se non attraverso esperienze interiori, uniche ed esclusive, e dunque non indottrinabili dall’esterno (ecco una chiave dei paradossi della tradizione buddhista). A minima riprova (ammesso che lo abbia capito veramente), anche a chi scrive sono occorsi 28 anni per arrivarci.
Questo evidentemente non deve far desistere dal tentare di trasmettere il messaggio. E personalmente, sarebbe stato preziosissimo se lungo la mia strada giovanile avessi incontrato qualcuno che si fosse prestato o degnato a instillarmi almeno il sentore e il dubbio di queste cose. Sto contestualmente invocando, in compagnia per esempio di Nietzsche, l’importanza cruciale della giusta educazione al giusto momento. Un’istruzione solamente nozionistica è deleteria, perchè rischia di ingenerare dogmatismo e atrofizzare lo spirito critico. L’istruzione dovrebbe essere invece soprattutto seminale. Non credo di andare lontano dal bersaglio nell’affermare che i maestri ideali, o quelli che ci segnano e ci rimangono più impressi, sono quelli che riescono a spingerci, in qualche maniera, verso il nostro nucleo fondante. E’ già meraviglioso poterli avvicinare per mezzo delle loro opere scritte – figurarsi in vivo.

giovedì 3 giugno 2010

Contro il rumore

[NB: Post aggiornato dopo la pubblicazione originale]

La nostra civiltà è ancora troppo rumorosa.
Ed il rumore logora.

E’ vero che un’aggiunta sapiente di rumore può inaspettatamente aiutare nel trattamento e detezione di segnali [Kosko], che lo stato fondamentale della materia è vivo e dinamico, e che dal brulicare inesauribile delle pulsioni risorge la creatività [Nietzsche].
Ma a lungo andare, vibrazioni incontrollate applicate constantemente a strutture meccaniche le logorano portandole a perdere la loro funzionalità, alla distorsione e infine alla rottura. Una di queste strutture delicate quanto meravigliosamente sensibili sono i nostri apparati uditivi, dove inoltre il logorio meccanico si accompagna ad un anche più grave logorio nervoso – sebbene un costante sottofondo musicale sia benvenuto da molti come antidoto alla noia e per sopportare tempi morti. E questa, ovvero la versione acustica e meccanica, è soltanto l’anticamera della forma di rumore più nociva: che è quel pasticcio dissonante e sterilmente confuso di annunci, istantanee, prolusioni avventate, dicerie, voci di corridoio, sentenze di persone stanche o vanitose che affollano fino a saturarli i canali informativi attuali – nel nome dell’essere aggiornati.

La facilità di accesso agli eventi, di contatto diretto interpersonale oltre le barriere spazio-temporali e di condivisione che strumenti mass-mediatici in costante evoluzione, espansione e semplificazione permettono è prodigiosa e benvenuta. Senonchè occorre mettersi in guardia da un suo uso degenere, che almeno in parte ha origine dall’induzione compulsiva all’aggiornamento.
(Mi) Aggiorno, dunque sono: controllo la posta in arrivo che ti pare che nessuno mi ha scritto nell'ultimo quarto d'ora, aggiorno la lista dei miei “amici”, aggiorno la home page del mio quotidiano per gli ultimi flash di agenzia, aggiorno il mio blog con una mezza ideuccia che mi è venuta che non mi pare male anche se non è granchè ma chissà che agli altri non piaccia e intanto dimostro che ho qualcosa da dire e mi faccio notare e poi se non la butto li di corsa finisce che me la scordo, sbircio di corsa i titoli dei post sul mio aggregatore per ridurre il totale dei non letti, mi aggiorno sullo stato dei miei “amici” anche se l’ho fatto appena un minuto fa ma intanto fammi vedere, non vedo l’ora di far sapere a tutti quello che è successo ieri e cosa ha detto quel tizio anche se non so chi sia però mi pareva carino condividere, e non sopporto di non essere interrotto da qualcuno con delle novità o che nessuno dei miei “amici” disponibili online mi contatti per qualcosa anche solo minimamente importante – così magari riesco anche oggi a crogiolarmi nella mia nullafacenza.

L’aggiornamento parossistico rischia di diventare autoreferenziale, l’aggiornasi fine a sè stesso, e di trivializzare l’attività intellettuale riducendonela portata ad un uso estensivo ed esclusivo della sola memoria a breve termine. Questo a sua volta banalizza l’impatto e la risonanza, specialmente interiore, di qualsiasi evento, mortificandone l’emivita nella preparazione all’accoglienza del prossimo evento - qualunque esso sia; e può indurre un abbassamento delle soglie soggettive di accettazione, e omologazione e indifferenza nella ricezione delle novità. Quando assume forme patologiche, l’aggiornarsi si estende ad occupare tutto il tempo disponibile, lasciando spesso ben misera ricompensa rispetto al senso di dissipazione e inanità che induce. Assomiglia ad un lasciarsi andare in balia degli eventi e delle correnti, un esporsi deliberato alla fluttuazioni benchè minime della “realtà”. E più l’accesso alla “realtà” è facilitato, più si può dare il caso di sentirsi in dovere di collegarsi in ascolto dell’ultimo sussulto, peto o rutto che soltanto dal loro essere ultimi in ordine di tempo traggono il loro valore.

Quando questo si combina narcisisticamente con il desiderio di far fronte efficientemente ad una quantità di informazione (potenzialmente) in ingresso crescente e multidirezionale, ne deriva una ristrutturazione delle modalità stesse di pensiero preoccupante, una revisione anche radicale che assomiglia a una regressione verso forme di ragionamento ancestrali, infantili nella loro scarsa articolazione, deficit di attenzione, soccombenza a istinti primordiali, assenza di profondità e prospettiva, e puntellata su concetti effimeri e idee soltanto abbozzate, magari in balia della moda o dell’ultimo parere stiracchiato di qualche autorità improvvisata. Così si perde la dedizione a ragionamenti lunghi e ascosi, la propensione all’introspezione, e a meditazioni pervicaci e sostenute nel tempo che dischiudono grandi tesori soggettivi e inalienabili, a passare in rivista esperienze passate e riferimenti culturali, per sedimentare informazioni, setacciarle, bruciarle, reinterpretarle e, quando lo meritino, finalmente incastonarle in un quadro più coerente ed entro orizzonti più vasti e comprensivi – è da questa pedissequa attività di integrazione che nasce la cultura personale. Al suo posto oggi viene proposto tanto rumore ideologico – quali edifici culturali costruireste su fondamenta tanto scricchiolanti?

La selettività, quantitativa e sopratutto qualitativa, deve tornare ad essere un valore fondamentale, antidoto al rumore, non fosse altro perchè negli ambienti che spesso ci circondano essa sarebbe nervosamente e fisiologicamente salutare.
Il rumore a larga banda generato dall’aggiornamento e patito nell’abbondonare la circospezione nel proporsi e aprirsi all’esteriore si fronteggia con filtri a banda stretta. Solo se ammessa attraverso le maglie della selezione una novità può essere riconosciuta come informazione utile, e l’informazione utile eventualmente aspirare ad essere promossa al livello di conoscenza.
Questi filtri si costruiscono conoscendosi: fissando le proprie priorità e aspirazioni, riconoscendo i propri gusti, affinità e passioni, e concentrandosi su di essi. Se ne guagagna innanzitutto in efficienza d'azione ed autostima. Occorre abbattere l’illusione di onnipotenza indotta dall’obliterazione delle barriere spazio-temporali, e domare la coazione allo sfruttamento e all’esplorazione degli spazi sconfinati così dischiusi, spesso giustificata soltanto dal fatto che ora sono accessibili: altrimenti si rischia facilmente di perdersi, di sentirsi (più) soli e angosciati, e di annichilirsi. E' anche auspicabile una distribuzione e coordinazione dell'attività di filtraggio entro i gruppi sociali o mass-mediatici che si frequentano, concedendo confidenza ad amici o professionisti a noi affini e di provata autorità.
Prendersi delle pause immersi nella propria intimità, mettere ordine nei propri pensieri con comodo e agio, sviluppare le proprie intuizioni criticamente e al riparo da influenze esterne – sono attività salutari di maturazione e fortificazione, personale e collettiva, messe a repentaglio dal rumore.

Dalla possibilità di essere interconnessi sempre ed ovunque non deve discendere la coazione ad esserlo.
Nella civiltà protesa ad magiam per technicam, sapersi disconnettere tenderà anzi a diventare un pregio, più difficile che connettersi, e forse segno di virtuosità.

Riferimenti:
B. Kosko, Noise, Viking Press, 2006.
F. W. Nietzsche, La nascita della tragedia dallo
spirito della musica
, Adelphi.

Collegamenti:
Massimo Mantellini interviene con cognizione di causa sull'argomento: "i cittadini informati saranno quelli che troveranno tempi e modi per filtrare il diluvio informativo che li raggiunge ogni giorno. [...] Dentro questo diluvio c’è anche la nuova funzione della stampa ai tempi di Internet di proporsi molto più come mediatore informativo e molto meno come produttore di notizie."
Peter Gomez converge sulla stessa linea (e di fronte all'ignobile "legge bavaglio" approntata dal presente governo italiano): "Quindi continueremo a fare il nostro mestiere. Racconteremo i fatti. E in base alla nostra capacità di selezionarli chiederemo di essere giudicati. Non dai tribunali costretti ad applicare le norme Bavaglio. Ma dai lettori."
Umberto Eco (nel contesto del fallibilismo scientifico) sostiene il filtraggio come parte essenziale dello sviluppo della cultura stessa : "[...] una cultura (intesa come sistema di saperi, opinioni, credenze, costumi, eredità storica condivisi da un gruppo umano particolare) non è solo un accumulo di dati, è anche il risultato del loro filtraggio. La cultura è anche capacità di buttar via ciò che non è utile o necessario. La storia della cultura e della civiltà è fatta di tonnellate di informazioni che sono state seppellite. Vale per una cultura quello che vale per la nostra vita individuale."
Arthur C. Clark esprimeva già idee a riguardo: "The Information Age offers much to mankind, and I would like to think that we will rise to the challenges it presents. But it is vital to remember that information — in the sense of raw data — is not knowledge, that knowledge is not wisdom, and that wisdom is not foresight. But information is the first essential step to all of these." [da "Humanity will survive the information deluge"]