sabato 4 giugno 2011

Più che l'energia, il suo utilizzo

La miglior fonte di energia è il risparmio. Un tempo la campagna pubblicitaria di Enel suonava così: un messaggio chiaro e semplice, dalle implicazioni molto ramificate e promettenti, insomma del tutto attuale.
Agli smemorati propongo quanto segue. Supponete di disporre di una grande condotta d’acqua con grandi perdite lungo il suo percorso: come interverreste, se voleste aumentare la quantità di acqua che giunge a destinazione? La soluzione più semplice ma a lungo termine più inefficiente e dannosa sarebbe aumentare la portata d’acqua, pompando più acqua all’origine. Una soluzione molto migliore sarebbe invece quella di individuare e arginare le perdite della condotta, e solo in seguito valutare la disponibilità di acqua alla destinazione prima di proporre delle eventuali iniezioni. Se all’acqua si sostituisce l’energia, alla condotta le attuali reti di distribuzione e alle perdite la scarsa efficienza degli isolamenti termici, dei motori e degli impianti di produzione si ha un quadro per quanto semplificato della situzione energetica attuale.

La priorità energetica della nostra società non deve essere quella di disporre di più energia, bensì di fare un uso più oculato di quella di cui già si dispone: economizzarne l’uso, a partire dalle attività quotidiane, e farne un uso più efficiente. La rinormalizzazione del fabbisogno energetico e l’ottimizzazione dell’efficienza di utilizzo dell’energia rappresentano delle necessità a priori, indipendentemente dalle sorgenti di energia utilizzate. Solo sulla base di un sostanziale miglioramento dell’efficienza energetica delle strutture di cui disponiamo è possibile valutare realisticamente la necessità pratica di energia della società. Il rischio, altrimenti, è di immettere in circolazione un eccesso di energia che poi, a causa per l’appunto delle alte dissipazioni, si disperda direttamente nell’ambiente – contribuendo in modo sostanziale all’innalzamento della temperatura globale. Questo problema è, per me, serio al punto da moderare persino il mio entusiasmo per le sorgenti di energia rinnovabili, qualora non vengano anch’esse usate in maniera ben controllata. Non si tratta di un rischio da sottovalutare: disporre di energia gratuita a volontà potrebbe dare facilmente alla testa.
La maggior parte dell’energia in circolazione viene attualmente impiegata e sprecata per i riscaldamenti degli edifici e nei trasporti urbani, particolarmente automobilistici – mentre in un prossimo futuro l’alimentazione e il raffreddamento dei server informatici potrebbe diventare (altrettanto) rilevante. Allo stato attuale, le citate rappresentano delle vie di dissipazione di energia nell’ambiente molto nocive in quanto pressochè dirette. Una grande quantità di interventi sono possibili in questi ambiti per migliorare sostanzialmente le efficienze energetiche: ad esempio, coibentazione e passivizzazione degli edifici (i cui effetti si avvertono sia durante le stagioni fredde che calde), riciclaggio delle risorse (acqua e beni materiali di consumo), utilizzo dei trasporti pubblici, car sharing. Si tratta di comportamenti ed interventi capillari e locali, di cui si deve incaricare in primo luogo ove possibile l’iniziativa individuale di ciascun cittadino, sperabilmente coadiuvata da incentivi statali. Qui può evidenziarsi un forte ostacolo, dovuto alla cultura di un popolo nel caso non sia abituato od indotto a simili comportamenti. In molti casi, si tratta in effetti di cambiamenti strutturali nelle abitudini quotidiane, di fronte a cui si scatenanto delle facili resistenze (“Si, ma coibentare l’appartamento costa assai!”, “Quanto era più semplice la raccolta indifferenziata!”) o superficiali scetticismi (“Sai quanto ci vorrebbe per coibentare tutti gli edifici di una nazione?”), entrambi miopi dei vantaggi a lungo termine e della dimensione effettiva dello sforzo. In molti casi, gli utenti tendono ad aspettarsi innanzitutto direttive ed aiuti dall’alto – in assenza dei quali si sentono giustificati a non impegnarsi – piuttosto che iniziare autonomanente ad adoperarsi con interventi mirati e alla portata di tutti. Chiaramente, le cose sarebbero molto diverse e nettamente più facili se nei rotocalchi e telegiornali si parlasse quotidianamente di tecniche di risparmio energetico piuttosto che di cronaca nera o gossip: ad esempio, immaginate che effetto si avrebbe avuto se si fosse parlato della costruzione fai-da-te di impianti solari tanto quanto del famigerato delitto di Cogne, con la stessa cadenza e attentione.
Se ciò non bastasse, nel frattempo scegliere l’energia da fonti rinnovabili sta rapidamente diventando economicamente conveniente, come dimostra l’imminente pareggio tra costo di energia elettrica da fonti tradizionali e da solare su ampia scala, con prospettive di ulteriore e costante ribasso per la seconda rispetto alla prima.
Rimane poi il problema dell’efficienza della (rete di) distribuzione primaria dell’energia (elettrica), di cui si deve incaricare in primo luogo il gestore. Ma anche in questo contesto, gli utenti possono esercitare un certo peso, tendendo a preferire una produzione dell’energia distribuita e locale piuttosto che globale e centralizzata – scelta direttamente collegata a quella delle fonti stesse.

Non c’è dubbio che le fonti di energia del futuro siano quelle rinnovabili. Oltre a risultare essenzialmente inesauribili ed ad avere un impatto ambientale minore rispetto alle tradizionali (cioè fossili e fissili), esse hanno il grande vantaggio di essere in buona parte distribuite uniformemente sul territorio, specialmente quando usate in maniera combinata nella stessa reti di distribuzione locale. I punti di produzione possono pertanto essere ad accesso locale o persino individuali (come nel caso degli impianti solari fotovoltaici o a concentrazione sul tetto di casa vostra), con enorme riduzione sia dei costi e delle dissipazioni associate al trasporto di energia, sia della vulnerabilità stessa della rete di distribuzione, grazie alla moltiplicazione dei nodi di produzione e alla ridistribuzione del surplus di produzione dei singoli nodi. Tale nuova organizzazione energetica emerge ed incorpora una prospettiva di dislocazione e condivisione delle risorse che è contestuale al paradigma della rete.
Di fonti di energia rinnovabili ne esistono tante, e il numero delle declinazioni in costante aumento. Oltre alle più note (solare nelle sue varie declinazioni, eolico terrestre, geotermico, idroelettrico, energie da biomasse), è il caso di menzionare l’energia oceanica (fornita dalla trasduzione piezoelettrica movimento incessante delle masse d’acqua dei mari, su cui punta ad esempio l’Irlanda), l’eolico ad alta quota (con enorme produzione di energia da venti costanti), ed ovviamente la sorgente energetica ideale: le reazioni nucleari a bassa energia (LENR). Altrettanto importante è notare che molte di queste fonti siano costanti durante l’arco giornaliero (come i venti ad alta quota, il movimento dei mari, il gradiente geotermico, LENR), e la maggior parte di esse può produrre energia nei frangenti di massima richiesta (tipicamente non di notte).
Altro dato di fatto assai rilevante è rappresentato, in aggiunta ai vantaggi gia' elencati, dal mero potenziale economico delle energie rinnovabili, in termini di ritorno degli investimenti e potenziale occupazionale. Ciò è dovuto alla condizione quasi pristina del mercato. Dunque, se è vero che a molti imprenditori preme innanzitutto il guadagno a prescindere dal modo in cui viene conseguito, perchè non puntare sulle rinnovabili, che rappresentano un campo di investimento ottimo.

E poi, non sarà mica che questo presunto imperativo ad avere più energia disponibile abbia una grossa componente commerciale, finanziaria e/o ideologica? Chi l’ha detto che bisogna sempre consumare, e sempre di più? E per fare cosa?
Non vi pare invece più appagante riuscire a fare lo stesso o di più utilizzando meno risorse?

mercoledì 1 giugno 2011

Se il navigatore di dati usa l'istinto

Nella misura in cui la quantità di dati che si affacciano ai nostri sensi aumenta, mentre non aumenta - spesso per buoni motivi - il tempo che alla loro cernita destiniamo, la velocità di fruizione deve conseguentemente aumentare se si vuole tenere il passo con gli eventi che, volenti o nolenti, apparentemente ci riguardano. Come già osservato, questo induce superficialità nella cognizione e nella recezione dei fatti, stereotipizzazione di opinioni ed argomentazioni, e connessa procrastinazione degli approfondimenti più completi. Se non bastasse, la velocità di (catalog)azione – che si impone quale carattere dominante e richiesto nell’addomesticazione dei dati – ha delle assonanze significative, e tende a risvegliare e privilegiare, modi di pensare ed agire che sono strutturalmente codificati nel nostro retaggio evolutivo sotto forma di sbilanciamenti, sequenze di comportamento pre-programmate e modalità di scelta e risoluzione delle ambiguità non strettamente razionali (di cui l’economia comportamentale si occupa ormai da decenni, nonostante la refrattarietà del paradigma razionalista).
Come risultato di ciò, sospetto che, messo di fronte ai mezzi tecnologici che si fanno forieri di tale flusso ininterrotto (ma interrompibile) di dati da scandagliare, il nostro encefalo venga spinto a destreggiarsi anche regredendo più e più verso forme di funzionamento ancestrali, dettate in origine dall’istinto di sopravvivenza. Nel catalogare rapidamente e reagire istintivamente ai dati, tendiamo ad usare schemi mentali atavici non sempre razionali (sebbene non per questo necessariamente erronei) che bypassano facilmente le strutture neocorticali, ovvero le più recenti e, forse, più adatte alla pianificazione a lungo termine ed all'elusione di trappole gratuite quanto insospettate. Il mezzo messaggero stesso ci farebbe guardare al mondo con occhi più vecchi, più viscerali e meno adatti di quanto sarebbe possibilmente richiesto.
Questa deriva ci renderebbe meno razionali (da non intendersi nel senso di meno soggetti alle censure del super-ego), più suscettibili, e più manipolabili da parte di chi questi meccanismi ben conosce e sa polarizzare. Ma probabilmente, se questa organizzazione tecnologica proseguirà, le nuove generazioni saranno equipaggiate con schemi neurali diversi dai nostri, più adatti a sostenere il diluvio di dati che la società produrrà.

lunedì 30 maggio 2011

Anelli causali

Penso che, perlomeno a livello di dinamica psicologica, quelli che qui chiamo anelli causali siano così ubiqui, e presenti nell’esperienza di così tante persone, che meritino di essere discussi esplicitamente.
Penso che (almeno a livello psicologico) si tenda ad introdurre delle relazioni causali tra due entità (A e B) che, in base alla direzione del vincolo, vengono definite come causa ed effetto (B, che avviene a causa di A). L’eventuale isomorfismo con un dato oggettivo e reale del legame causale instanziato non è rilevante in questo contesto (non fosse altro perchè è difficile giustificare qualcosa come oggettivo a livello psicologico). Ciò che è importante secondo me è piuttosto che l’unidirezionalità della relazione causale – ammesso che il legame stesso esista – è, nella maggior parte dei casi, una forzatura o il risultato di una visione parziale e non bilanciata della dinamica psichica – una sorta di censura, insomma. Perchè molto spesso (se non quasi sempre) invertendo il ruolo della suddetta causa con quello del suddetto effetto (chiamando B causa di A) si stabilisce un contro-legame causale che, sebbene con iniziale sorpresa, ha senso ed anzi mette in luce aspetti irrisolti o insospettati della situazione. Dopo simili rivelazioni, non si può più legittimamente assegnare univocamente i ruoli di causa ed effetto; è più corretto affermare, piuttosto, che A e B sono coinvolti in un anello causale, in cui ciascun ente è a sua volta causa ed effetto dell’altro. Insomma, io sostengo che se tra due entità psichiche si è stabilito un legate causale, esso è molto più spesso bigettivo di quanto non sia soltanto iniettivo. I due enti sono inclusi in un abbraccio circolare, un anello di reazione positiva in cui ciascuno produce l’altro e a sua volta ne risulta esaltato.
Come si installa un anello causale? Penso che in esso si possa entrare seguendo, per motivi congiunturali, uno qualsiasi dei legami causali, e questo è sufficiente ad innescare la dinamica del feedback. Senonchè, con il passare del tempo è facile scordarsi di tale direzione o motivo di ingresso, così che la sola cosa che rimane in mente è l’anello causale in sè, che si autosostiene indefinitamente.
Pare che già Ippocrate ritenesse come errore fatale per una corretta cura lo scambio tra sintomo e causa della malattia. E, da quanto comprendo, pare che anche in psicanalisi si tenda ad interpretare l’institenza manifesta nel sostenere come veritiero uno solo dei rami causali che formano l’anello (per esempio, “Sono solo perchè non ho amici”) come un interessante indizio di (auto)censura. Nel qual caso, proporre al soggetto di percorrere l’anello nel senso inverso al solito (“Non ho amici perchè sono un solitario”), per quanto sconcertante possa apparire, può aiutare a superare dei blocchi o a guadagnare intuizioni salutari.
Fin qui la situazione psichica. Si potrebbe poi speculare se questa dinamica psichica abbia un corrispettivo nella realtà fisica esterna – anche ammettendo che ciò non si esaurisca nel principio di azione e reazione – ovvero se ad ogni legame causale introdotto (“ammesso e non concesso che esista” direbbe Hume) ne corrisponda uno nella direzione opposta. Sembrerebbe una congettura interessante, e rilevante nella misura in cui le reti e le loro fenomenologie non lineari e piene di anelli di reazione tendono a pervadere la realtà quotidiana; tuttavia probabilmente falsa nel caso generale, se è vero che grafi orientati permettono operazioni di inferenza più generali di quelli non orientati.

martedì 15 marzo 2011

Come per gioco

Una parte significativa della popolazione percepisce oggi la realtà attraverso le tecnologie, massimamente quelle computazionali e telecomunicative. Ma, a priori inaspettatamente, i contenuti trasmessi e i modi in cui vengono formattati e veicolati dalle stesse tecnologie sono a crescente impatto e contenuto emotivo. Per cui, sebbene quella in cui viviamo sia una realtà ubiquamente pervasa da strumenti tecnologici frutto di razionalità applicata, essa viene percepita e vissuta in maniera sempre più emotiva. Ragione ed emozione si trovano così a competere di fronte alle decisioni, con risultati spesso spiazzanti.
Delle notizie si legge a mala pena il titolo, o si presta più attenzione alle immagini che al testo (eventualmente parlato), così da poter vagliare la maggior quantità di novità possibile. I media e le strade delle città sono dominati dalla pubblicità, in cui il prodotto originale con le sue effettive caratteristiche è completamente scomparso e proiettato in una dimensione alternativa e ideale, sostituito da invenzioni vistose, trovate accattivanti, accostamenti provocanti e motti evocativi. La propaganda politica non si basa più su programmi operativi fondati sulla comprensione dei problemi attuali nella prospettiva di una loro soluzione sostanziale, ma su retoriche immaginifiche che parlano agli istinti dell’elettorato e sono condite da raffinate tecniche di manipolazione.
A ben guardare, molto di questo rivolgimento vede la prevalenza dell’immagine (più in generale, del concreto e del tangibile) sul linguaggio (l’astratto e non quantificabile). A livello di elaborazione cerebrale, è noto che i segni (e quindi le immagini) sono prioritarie sul linguaggio (da cui l’adagio di Goethe, secondo cui il linguaggio è stato dato all’uomo per nascondere i suoi pensieri); esse vengono cioè elaborate prima del linguaggio, in zone del cervello più profonde e antiche. Questo spiega l’impatto emotivo, forse inconscio di alcune immagini (tra cui i cosiddetti archetipi), e il loro ancestrale impiego in ogni ambito dell'attività umana (dalle metafore letterarie ai simbolismi settari). Ma porta anche a pensare che la massiccia ristrutturazione della comunicazione moderna attorno alle immagini possa indurre una diffusa regressione a strutture di pensiero primitive, o se si preferisce infantili. Strutture con le quali ci troveremmo a gestire tecnologie prodigiose ma delicate e, in non pochi casi, potenzialmente pericolose.
Prendete l’iPad - lo cito solo perchè eclatante; troverete facilmente molti altri esempi attorno a voi. Tanto ingegno tecnologico dietro un oggetto elegante e semplicissimo da usare: non solo un unico tasto fisico, ma soprattuto uno schermo per immagini nitidissime. E, ovunque, icone. Immagini colorate, divertenti, palesi e curiose che esprimono chiaramente la funzione cui permettono di accedere bypassando completamente la loro menzione esplicita in forma linguistica. Un leggero tocco e via, il gioco inizia e potrebbe continuare ad libitum a furia di tocchetti qua e la, minuscoli gesti che danno facile accesso a funzionalità di grande complessità tecnologica ed algoritmica. Massimo effetto con il minimo impegno o con la minima percezione dello sforzo celato: esattamente ciò che fa la più grande gioia dei bambini.

domenica 26 dicembre 2010

Di comfort, multi-tasking e rituali

Questa tendenza diffusa all’integrazione di molteplici funzioni su piattaforme o dispositivi integrati ed indifferenziati sembra derivare da un imperativo del comfort e della minima azione.
Comunicazione e informazione istantanee, intrattenimento multimediale, voci enciclopediche e molto altro sono sempre tra loro più vicini su questi supporti digitali, letteralmente a distanza di pochi click uno dall’altro. Perchè è più facile, prende meno tempo e forse meno denaro, occupa meno spazio, e si può praticare più di una attività allo stesso tempo e nello stesso posto, se si vuole.
Tale tendenza alla commistione delle funzioni tende ad affermarsi, sebbene non esclusivamente, sulla base di un abbassamento della soglia di preparazione richiesta agli utenti per farne uso. E’ fuori discussione che l’astrazione tecnologica dalla fisica all’informatica passando necessariamente per la microelettronica sia un bene sostanziale. La conseguente semplificazione dell’utilizzo – o meglio, la sostituzione e mascheratura degli specifici dettagli di funzionamento a favore di regole ed interfacce di utilizzazione intuitive, addirittura attraenti ed appaganti - di complicatissimi dispositivi ingegneristici frutto di anni di ricerca e di sperimentazione è un risultato potentissimo della moderna tecnologia (e che culmina una tendenza iniziata dagli albori della civiltà) nella misura in cui, proprio in virtù di suddetto abbassamento di soglia, utenti non specializzati possono rapidamente impadronirsi di strumenti che amplificano la loro produttività, permettono di aggiorarsi ed interagire su molteplici fronti, e sostanzialmente essere onniscienti. Al contempo, tuttavia, tale riduzione dei prerequisiti di utilizzo può indurre l’amplificazione dei comportamenti di evasione, l’infiltrazione di dati non filtrati (e il conseguente rumore informativo), ed un impoverimento del valore attribuito e del rispetto dovuto a quelle stesse funzioni che si cercano.
Viene cioè da pensare che l’apparente semplicità, di accesso od operazionale, di una funzione ne riduca implicitamente l’importanza percepita; e che questo a sua volta si manifesti in una riduzione della qualità dei contenuti veicolati e del tempo dedicato alla loro elaborazione e fruizione. Per dirlo in immagini: se si potesse scrivere ancora soltanto con lo scalpello sulla pietra, o se si potesse suonare soltanto organi a canne azionati a mano, con ogni probabilità si penserebbe molto più a cosa scrivere prima di sprecare pietra, o a cosa suonare prima di sprecare fatica manuale.
Su questa tendenza barbarica, come suppongo la definirebbe Baricco, si installa quella della sostituzione di una o al limite poche attività solide e ben corroborate con una moltitudine di attività minime, sporadiche e che richiedano periodi brevi di attenzione e concentrazione – le altre vengono semplicemente procrastinate. Questa seconda tendenza è quindi sugellata dal e favorita nel multi-tasking con la summenzionata giustapposizione a portata di pollice di tutto l’armamentario di funzioni richiesto per colmare la vacuità di pensieri e contenuti lasciata dalle precedenti. Del resto, proprio quando una funzione o attività è divenuta sufficientemente piccola risulta immediato pensare di accorparne (essendo possibile) tante di questo tipo in uno stesso strumento, canale, luogo contenitore. Ecco allora lo stuolo integrato e portatile di messaggi istantanei, presunte notizie, divertimenti, geolocalizzazioni e digressioni multimediali, in cui il rischio di omogeneizzazione e indifferenziazione del significato, e di travaso della trivialità da una attività all’altra è grandemente accentuato, se possibile fino a diventarne l’effetto unico sotteso a lungo termine – assieme all’isolamento indotto dall’illusione della connessione globale illimitata. Quando poi tutto questo tende eventualmente a diventare la routine di funzionamento normale del cervello, le cose diventano serie e sostanziali.
Con il multi-tasking mentale si cerca di replicare quello dei computer, che mostrano all’utente di svolgere più compiti nello stesso istante mentre in realtà li svolgono in rapidissima sequenza, previo spezzettamento in frammenti operazionali che vengono eseguiti in maniera alternata. Tendo a credere che una mente umana che non sia schizofrenica non sia ancora attrezzata a fare lo stesso – ammesso e non concesso che ne valga la pena; vale a dire, non penso che la mente possa cambiare rapidamente e ripetutamente di contesto lungo una sequenza di attività sostanzialmente diverse tra loro – a meno, per l’appunto, di non indurre qualche forma di avvicinamento, identificazione o banalizzazione tra le stesse attività: travasamenti di contenuto o significato, indifferenziazione della priorità e dell’importanza, stesso contesto mentale per tutte le attività, trivializzazione delle stesse. Con abbondante condimento di stress, straniamento, indistinzione tra reale ed artefatto, potenziale perdita di controllo ed atrofizzazione della creatività.
E tutto questo ancora e sempre in nome della minima resistenza all’azione e del massimo comfort, che rimuovendo limitazioni ed agevolando ogni opzione aumentano contestualmente l’ansia di fronte alle scelte.
In qualche maniera, radio e televisione avevano già accelerato un trend di commistione dei contenuti al loro comparire, proiettando notizie, pubblicità, intrattenimenti, cultura ed altro ancora dallo stesso supporto. Un mélange che, seppure non spazialmente, era quantomeno temporalmente coordinato (almeno quando a questi strumenti si dedicava attenzione piena); a differenza dell’omnipresenza spaziale e temporale permessa da Internet e le sue pervasive appendici.
Certo, quelle menzionate rappresentano soltanto manifestazioni di una amplificazione tecnologica di tendenze ataviche che, azzarderei, vedono nella riduzione dei tempi di accesso alle e dell’energia di attivazione delle funzioni e degli strumenti un vantaggio evolutivo per la specie – risparmio di energie, minor tempo di reazione di fronte a cambiamenti repentini di contesto. Senonchè, tutto ciò arriva ad assomigliare ad un regime metabolico da battaglia perpetua anche oggi, cioè quando, volendo, se ne potrebbe avere molto meno bisogno.

Per invertire tendenza e riprendersi un pò di tempo per se stessi, suggerisco, quando ed ove possibile o non strettamente necessario, di ridurre l’accorpamento indiscriminato di funzionalità nello stesso supporto, organizzandole ad esempio per aree semantiche, od utilizzando computer, smartphones e simili supporti multimediali per un task alla volta.
E soprattutto, riscoprire il valore delle procedure e dei rituali – come la lettura delle istruzioni, l'ordinamento degli ambienti, gli spostamenti tra ambienti, la scrittura della recensione del libro appena letto, chiusura e riapertura degli strumenti di lavoro, et similia – intesi come sequenze ordinate di azioni preparatorie che permettono la focalizzazione sulla prossima attività da svolgere mentre consentono un cambiamento di contesto graduale e ragionato. Dal punto di vista barbarico, sono delle evidenti perdite di tempo. Si tratta invece di occasioni intercalate di meditazione, porzioni sistematiche di tempo preso per la cura di sè: rallentano i ritmi, migliorano l’efficienza delle performance, aumentano la propriocezione e la consapevolezza del momento.
Nell’invitare alla lenta rimuginazione ed a non evitare le vie difficili o dolorose alle cose, Nietzsche (tra gli altri) potrebbe aver già gettato un’ombra su tutto questo.

mercoledì 15 dicembre 2010

Collettività emergente


Il comportamento della società, in quanto sistema collettivo complesso, emerge in larga parte 1) dal comportamento degli individui che la compongono, 2) dalle loro interrelazioni, e 3) dalle condizioni al contorno del sistema, storiche ed ambientali.
In una società civile, comportamenti, relazioni e contorni sono regolati da apposite convenzioni, a loro volta maturate da esperienze pregresse al fine di consentire la sopravvivenza e, se possibile, il benessere della società. In una società civile, le forme di espressione dei comportamenti e delle relazioni personali sono dunque definite e vincolate, ma non limitate, da diritti e doveri. Come direbbe Freud, con una erosione del piacere personale si ottiene quantomeno la possibilità di convivenza pacifica.
Il comportamento individuale, entro questi solchi normativi, può liberamente ispirarsi a qualsiasi ideale, o muovere da cause di forza maggiore. Nelle interrelazioni, invece, la cultura propria della società può veicolare una grande quantità di conoscenze, ed esercitare forme indirette ma assai efficaci di auto-controllo. In particolare, i soggetti umani possono (sempre più, sempre prima e sempre meglio) aver accesso ad informazioni globali sul sistema, sia nel tempo che nello spazio, oltre a quelle locali - che sono invece la norma in altri sistemi collettivi. In questo modo, le interrelazioni influiscono sul comportamento globale della società in quanto determinano in maniera sostanziale la condotta degli individui - che appunto, sebbene solo nel migliore dei casi, tendono ad agire in base alla soggettiva elaborazione delle informazioni di cui dispongono. In altri termini, e particolarmente nella società umana, l’informazione è veicolata dai legami interpersonali e incide sul comportamento individuale; e gli individui tendono ad avere la sensazione di tenere sotto controllo informativo, e talvolta di poter influenzare, porzioni arbitrariamente grandi della società (che diventa piatta, come direbbe Friedman).
L’informazione è centrale nel sistema sociale. La sua origine e la sua distribuzione sono collegati a possibili problemi o difetti, come gli idola specus, tribus e fori di cui parlava già Francis Bacon; per non parlare di cosa accade quando l’informazione apparentemente ad personam, capillare ed esondante come quella attuale è persino manipolata e/o in mano a pochi controllori. Al contempo, l’informazione è il solo mezzo con cui gli individui possono avvertire, quando è il caso, di essere parte di un insieme di agenti consenzienti più esteso della loro singola personalità, e dunque potenzialmente capace di azioni e rivoluzioni sociali che trascendono la durata e i mezzi di una singola esistenza.
Quando questa possibilità di identificazione e rappresentanza viene meno, la società civile e i suoi componenti scricchiolano. E lo stesso può accadere quando altre forme di espressione – anche cruciali, come il voto democratico - sono messe in discussione, o il loro valore apparentemente avvilito da esempi negativi e deprecabili. Si rischia di perdere la fiducia nella società stessa, nelle sue istituzioni, e persino di rompere il patto convenzionale che la regge.

Un recente intervento piuttosto amaro del mio amico Salvatore Privitera mi ha fatto venire in mente questo treno di pensieri. Con riferimento allo scandaloso recentissimo mercimonio di voti al parlamento italiano, Pazuzu arriva a definire per estensione la pratica del voto “un rito vuoto”. Un esempio sconcertante, quello del voto di ieri, di rappresentanza parlamentare deviata dall'interesse personale e irrispettoso del dovere istituzionale. La reazione che ha ingenerato, in Turi come penso in molti altri, mi pare infatti rappresentativa di una classe di comportamenti più generale – quella secondo cui l’uso miserabile, anche ripetuto, che alcuni miserabili individui fanno degli strumenti messi a disposizione dalla società (dal voto alla possibilità di protesta) debba irreparabilmente indurre uno svuotamento del loro valore (vedi gli effetti del mercimonio e delle violenze post-votum, rispettivamente). Si tratta di una percezione parzialmente condivisibile, se non giustificabile con lo sdegno personale di fronte a voltagabbana approfittatori e teppisti; ma che, secondo me, non deve progredire oltre lo stadio di percezione: sarebbe letale permettere a degli esempi negativi del genere di essere amplificati per imitazione personale, nella maniera in cui stimolassero altri a diffidare di quei mezzi stessi. E questo proprio in virtù delle proprietà dei sistemi collettivi.
L’imitazione è una forma di auto-controllo (o auto-determinazione) molto forte delle masse sociali: forma e muove opinioni, segna la memoria, induce abitudini e libera dalla fatica del ragionamento. E’ un meccanismo di amplificazione, che può dar luogo a fenomeni anche imprevedibili e di dimensioni relativamente grandi. Tuttavia, in molte società evolute o dai legami sociali o tradizionali molto forti, il controllo sociale interpersonale (nelle forme della decenza, vergogna, isolamento, ripudio) viene prima o è tanto potente quanto quello normativo. Polarizzare l’imitazione verso il peggio, o farla innescare dallo sconforto o dalla rassegnazione (per quanto ciò possa tentare), semplicemente non vale la pena – anche o soprattutto considerando quanto possa fare l’imitazione stessa se indirizzata nel senso corretto.

Forse con malcelata ingenuità (nella misura in cui qui non tengo conto dei presunti o acclarati poteri forti che tramano nella società), continuo a credere che fare bene il proprio dovere (comportamento individuale) e mettere gli altri nelle condizioni di poterlo fare a loro volta (interrelazioni), per quanto possibile, siano atteggiamenti (in cui includo la protesta e la disubbedienza civile, quando necessario) che meritano di essere praticati a prescindere, perchè consistenti e socialmente costruttivi in sè, tali da essere inalienabili ed inattaccabili anche da esempi della peggior risma. Peraltro, in molti casi non è dato al singolo di poter fare di più. Se poi anche i mezzi di comunicazione (condizioni al contorno) aiutassero a catalizzare il passaparola ed ad allestire la massa critica di buoni esempi, la società tutta ne gioverebbe sostanzialmente e più rapidamente.

giovedì 4 novembre 2010

La ricostruzione e il risveglio


Penso (sperando di esagerare) che a un certo, prossimo momento futuro in Italia accadrà questo.

Accadrà che l’ipnotizzatore perderà nominalmente, oltre che di fatto, il suo potere. E questo avverrà non per merito dell’opposizione parlamentare – che oltre ad essere stata inefficacie (salvo eccezioni purtroppo piccole) per quasi tutto il suo lungo periodo di dominio, non è riuscita neanche a canalizzare quell’opposizione politica, potente, proponente ed innovativa che anima una parte del popolo; bensì per l’affermazione definitiva e irreparabile di sue inconsistenze e incompatibilità interne, passi falsi, leggerezze ed esagerazioni, oltre che per via del ritorno - dopo un lungo letargo tinto di trasformismo e quieto vivere al potere - di qualche schieramento incarnante una vera destra politica non estremista - una destra normale, insomma. L’esperimento finalmente cesserà; l’addormentatore di coscienze, ridicolizzatore del paese agli occhi degli spettatori stranieri, e stupratore delle istituzioni e della legalità oltre che del semplice buon senso, crollerà di schianto non dopo aver cercato di portare con sè, nella sua irreversibile disgrazia, tutto il suo circo e i suoi tanti, proteiformi fenomeni da baraccone che lui vi ha installato, che da lui dipendono e/o che lui minacciano.
Dopo la sua scomparsa, emergeranno in contemporanea due tendenze di segno opposto.
Da una parte, la frazione sana della popolazione, strenuamente sopravvissuta al e non corrotta (se non in piccola parte) dal passato regime ipnotico avvertirà ancora più forte e palpabile, per contrasto, il disastro provocato dal lungo, tetro interregno: vedrà le macerie mentali del sistematico smantellamento culturale tutte intorno, si troverà a convivere con le voragini strutturali, materiali e finanziarie lasciate espandere senza controllo, a fronteggiare forze criminali viralmente diffuse nei gangli vitali del paese. Questa parte positiva sarà allo stesso tempo fortemente consapevole della necessità irrevocabile di ricostruire, lentamente ma tenacemente, quanto cancellato e dilaviato, e sarà volenterosa di assumersi la grande responsabilità storica di procedere in questa direzione.
Dall’altra parte, la grande frazione della popolazione, quella fino a poco tempo prima assorta nella e contenta della ipnosi, si troverà nella fase di risveglio post-ipnotico – e si tratterà per loro di una fase dolorosa anch’essa, ma invasa da quel dolore che prova chi viene svegliato da un idillio che credeva realtà, ma che invece dalla realtà scopre di essere assai lontano. La vedete ancora intorno, questa gente, nello stato ipnotico. Questa gente è cieca difronte all’evidenza dell’ipnosi, è lieta di regredire allo sfogo collettivo e canalizzato di sentimenti bestiali, è beata nella propria illusione, nel plagio, nell’esibire la proiezione delle proprie manie e dei propri desideri nella figura del gran capo, nella negazione dei gravi sintomi di recessione e collasso delle istituzioni e delle strutture del paese, nello svuotamento e re-invenzione del linguaggio quotidiano improntato al superlativo e alla connessa superficialità, nel perseguire uno stile di vita semplicemente insostenibile. Svegliandosi, questa gente sarà rabbiosa contro il nuovo governo che si troverà davanti, qualunque esso sia: perchè la sua rabbia nascerà dalla nostalgia di quello stato di trans collettivo, in cui era lietamente impassibile per ebetitudine di fronte ai problemi circostanti, e ben felice di farsi convincere della loro irrealtà dalle menzogne puerili quanto inconsistenti del vecchio capo. E in quello stato, questa parte cercherà in qualche modo di tornare.
Periodi di coesistenza di queste opposte tendenze, forse sotto altre sembianze, sono probabilmente già apparsi in passato. Questa giustapposizione darà luogo, come allora, ad una profonda lacerazione interna al paese - che si rimarginerà solo a lungo andare e nel mentre rallenterà e ritarderà, quando non atrofizzerà completamente, le opere di restauro e ricostruzione.
Questa lacerazione è stata già incisa dal vecchio capetto nei suoi sudditi. E quando lui scomparirà e il suo folto entourage si dichiarerà immemore e mai di lui frequentatore nè sostenitore, questa ferita sarà il retaggio più duraturo e ignominioso del suo dominio sul paese.