mercoledì 15 dicembre 2010

Collettività emergente


Il comportamento della società, in quanto sistema collettivo complesso, emerge in larga parte 1) dal comportamento degli individui che la compongono, 2) dalle loro interrelazioni, e 3) dalle condizioni al contorno del sistema, storiche ed ambientali.
In una società civile, comportamenti, relazioni e contorni sono regolati da apposite convenzioni, a loro volta maturate da esperienze pregresse al fine di consentire la sopravvivenza e, se possibile, il benessere della società. In una società civile, le forme di espressione dei comportamenti e delle relazioni personali sono dunque definite e vincolate, ma non limitate, da diritti e doveri. Come direbbe Freud, con una erosione del piacere personale si ottiene quantomeno la possibilità di convivenza pacifica.
Il comportamento individuale, entro questi solchi normativi, può liberamente ispirarsi a qualsiasi ideale, o muovere da cause di forza maggiore. Nelle interrelazioni, invece, la cultura propria della società può veicolare una grande quantità di conoscenze, ed esercitare forme indirette ma assai efficaci di auto-controllo. In particolare, i soggetti umani possono (sempre più, sempre prima e sempre meglio) aver accesso ad informazioni globali sul sistema, sia nel tempo che nello spazio, oltre a quelle locali - che sono invece la norma in altri sistemi collettivi. In questo modo, le interrelazioni influiscono sul comportamento globale della società in quanto determinano in maniera sostanziale la condotta degli individui - che appunto, sebbene solo nel migliore dei casi, tendono ad agire in base alla soggettiva elaborazione delle informazioni di cui dispongono. In altri termini, e particolarmente nella società umana, l’informazione è veicolata dai legami interpersonali e incide sul comportamento individuale; e gli individui tendono ad avere la sensazione di tenere sotto controllo informativo, e talvolta di poter influenzare, porzioni arbitrariamente grandi della società (che diventa piatta, come direbbe Friedman).
L’informazione è centrale nel sistema sociale. La sua origine e la sua distribuzione sono collegati a possibili problemi o difetti, come gli idola specus, tribus e fori di cui parlava già Francis Bacon; per non parlare di cosa accade quando l’informazione apparentemente ad personam, capillare ed esondante come quella attuale è persino manipolata e/o in mano a pochi controllori. Al contempo, l’informazione è il solo mezzo con cui gli individui possono avvertire, quando è il caso, di essere parte di un insieme di agenti consenzienti più esteso della loro singola personalità, e dunque potenzialmente capace di azioni e rivoluzioni sociali che trascendono la durata e i mezzi di una singola esistenza.
Quando questa possibilità di identificazione e rappresentanza viene meno, la società civile e i suoi componenti scricchiolano. E lo stesso può accadere quando altre forme di espressione – anche cruciali, come il voto democratico - sono messe in discussione, o il loro valore apparentemente avvilito da esempi negativi e deprecabili. Si rischia di perdere la fiducia nella società stessa, nelle sue istituzioni, e persino di rompere il patto convenzionale che la regge.

Un recente intervento piuttosto amaro del mio amico Salvatore Privitera mi ha fatto venire in mente questo treno di pensieri. Con riferimento allo scandaloso recentissimo mercimonio di voti al parlamento italiano, Pazuzu arriva a definire per estensione la pratica del voto “un rito vuoto”. Un esempio sconcertante, quello del voto di ieri, di rappresentanza parlamentare deviata dall'interesse personale e irrispettoso del dovere istituzionale. La reazione che ha ingenerato, in Turi come penso in molti altri, mi pare infatti rappresentativa di una classe di comportamenti più generale – quella secondo cui l’uso miserabile, anche ripetuto, che alcuni miserabili individui fanno degli strumenti messi a disposizione dalla società (dal voto alla possibilità di protesta) debba irreparabilmente indurre uno svuotamento del loro valore (vedi gli effetti del mercimonio e delle violenze post-votum, rispettivamente). Si tratta di una percezione parzialmente condivisibile, se non giustificabile con lo sdegno personale di fronte a voltagabbana approfittatori e teppisti; ma che, secondo me, non deve progredire oltre lo stadio di percezione: sarebbe letale permettere a degli esempi negativi del genere di essere amplificati per imitazione personale, nella maniera in cui stimolassero altri a diffidare di quei mezzi stessi. E questo proprio in virtù delle proprietà dei sistemi collettivi.
L’imitazione è una forma di auto-controllo (o auto-determinazione) molto forte delle masse sociali: forma e muove opinioni, segna la memoria, induce abitudini e libera dalla fatica del ragionamento. E’ un meccanismo di amplificazione, che può dar luogo a fenomeni anche imprevedibili e di dimensioni relativamente grandi. Tuttavia, in molte società evolute o dai legami sociali o tradizionali molto forti, il controllo sociale interpersonale (nelle forme della decenza, vergogna, isolamento, ripudio) viene prima o è tanto potente quanto quello normativo. Polarizzare l’imitazione verso il peggio, o farla innescare dallo sconforto o dalla rassegnazione (per quanto ciò possa tentare), semplicemente non vale la pena – anche o soprattutto considerando quanto possa fare l’imitazione stessa se indirizzata nel senso corretto.

Forse con malcelata ingenuità (nella misura in cui qui non tengo conto dei presunti o acclarati poteri forti che tramano nella società), continuo a credere che fare bene il proprio dovere (comportamento individuale) e mettere gli altri nelle condizioni di poterlo fare a loro volta (interrelazioni), per quanto possibile, siano atteggiamenti (in cui includo la protesta e la disubbedienza civile, quando necessario) che meritano di essere praticati a prescindere, perchè consistenti e socialmente costruttivi in sè, tali da essere inalienabili ed inattaccabili anche da esempi della peggior risma. Peraltro, in molti casi non è dato al singolo di poter fare di più. Se poi anche i mezzi di comunicazione (condizioni al contorno) aiutassero a catalizzare il passaparola ed ad allestire la massa critica di buoni esempi, la società tutta ne gioverebbe sostanzialmente e più rapidamente.

1 commento:

Pazuzu Uzu ha detto...

La mia riflessione è più simile alla tua di quanto non possa sembrare.
Se infatti può apparire che il mio intervento nasca dallo sconforto risultante dall'ennesimo mercimonio elettorale, ciò è vero ma solo in parte; dal momento che questo mette assieme (volutamente) due ragionamenti distinti.
Partendo infatti da una ormai decennale contrapposizione tra me ed alcuni miei amici astensionisti militanti, ho deciso di affrontare un esame di coscienza e chiedermi quanto nel mio andare alle urne scaturisca da quello che io sento essere un mio dovere civico (e morale) e quanto sia invece il frutto di un condizionamente (auto o etroimposto che sia). Non si tratta quindi di un ragionamento sul valore oggettivo del singolo voto, quanto di chiedersi se i principi che regolano il nostro vivere civile siano stati realmente fatti propri o se siano stati accettati passivamente, da cui l'interrogativo se le mie azioni siano frutto delle mie convinzioni o di ciò che ci si "aspetta" da me.
Da questo punto parte il salto verso la riflessione (neanche tanto originale) sull'effetto auto-condizionante che i gesti collettivi hanno sul singolo che, come fai giustamente notare, può essere estremamente amplificato in una società estremamente interconnessa come quella odierna e in cui le informazioni possano essere assunte facilmente in forma passiva. Come sempre, questo problema può essere osservato da due angolazioni: o auspicando un maggior senso di responsabilità da parte di chiunque detenga una qualsivoglia forma di controllo nei confronti dei mezzi d'informazione; o promuovendo una maggior presa di coscienza dell'individuo, su cui ricade il dovere far decantare informazioni, nozioni, insegnamenti e quant'altro riceva dall'ambiente in cui vive, per diventare parte attiva di un processo che spesso e volentieri lo vede come semplice ricettore.