martedì 21 settembre 2010

Sulla teoria ultima - parte 2: necessità


Mentre si lascia lo scenario aperto ad ogni possibile evenienza riguardo alla possibilità di esistenza di una teoria ultima, qui si intende rispondere negativamente all'interrogativo sulla sua necessità.
Ritenere che una teoria ultima non sia necessaria può sembrare paradossale di primo acchitto: in fondo la scienza - e, più in generale, la conoscenza - è mossa dalla ricerca della spiegazione ultima del mondo, così come lo è (stata) l’attività quotidiana degli scienziati e di ogni sapiente di ogni tempo.
Io sostengo tuttavia che, lungi dall’essere contraddittoria, una (cono)sc(i)enza consapevole della non-necessità di una teoria ultima possa essere metodologicamente più efficiente e coerente con il suo ideale di perfettibilità - pur a rischio di risultare più fragile rispetto alla accezione che la associa ad una missione con scopo predeterminato.
Sia chiaro: la non-necessità di una teoria ultima non ne esclude l’eventuale esistenza nè l’eventuale conoscibilità. Quello che ritengo necessario è piuttosto il divenire continuo e permanente del percorso conoscitivo (soggettivo ed individuale, e poi collettivo), non la sua fine. Attendendo serenamente e con favore di essere smentito dal venire a conoscenza della dottrina ultima, tendo intanto a pensare che ogni teoria (corretta) proposta sia un traguardo temporaneo, e il cui grado di perfezione o ultimità percepita sia proporzionale al costo (intellettuale e/o finanziario) che la teoria ha richiesto per essere sviluppata o che una sua successiva sostituzione imporrebbe.
Questa posizione è certamente improntata allo scetticismo, tuttavia nella forma e accezione del dubbio metodologico perenne (che porta a estreme conseguenze), e non certo in quella di un pessimismo negli intenti, nelle risorse e nelle capacità delle imprese conoscitive (di qualunque tipo). Del resto, nel divulgare questa mia personale visione, non la sto certamente imponendo, ma sto altresì rifuggendo dall’invito socratico a neppure mettere per iscritto qualsiasi idea, al fine di evitare a priori la tentazione a cristallizzarla. Piuttosto, concordo con l’osservazione che il cammino della conoscenza è punteggiato di carcasse abbandonate lungo la strada.
Ho l’impressione che la perfezione (nel senso di compimento definitivo) attribuita a una teoria verrà sempre da qualcuno ritenuta transeunte e meritoria di essere valicata - più sintomo di stasi, di pigrizia se non di morte intellettuale che ontologica – e ammantata di arroganza intellettuale, anche a prescindere dalla (necessaria) dimostrazione sperimentale / empirica / fenomenologica. Una teoria ritenuta perfetta sarà sempre sospettata da qualcuno di essere il risultato almeno parziale di una adequatio rei ad mentem piuttosto che una completa adequatio mentis ad rem. Al contempo, l’autore della teoria sarà sospettato di essersi arreso ad un certo qual punto (pur eccelso), vuoi per amore estetico della sua teoria (viene da pensare ad Einstein), vuoi per il desiderio di metterci un punto e di godersela nel riflesso altrui, vuoi forse per il potersi dire di essere giunto (magari in fin di vita) a qualche cosa di non nullo, o chissà per cos’altro. Insomma, per tutti questi e forse per altri motivi, penso che qualcuno non sarà mai indotto a smettere di cercare di demolire la supposta teoria definitva del momento per far posto ad una nuova e migliore – sebbene la ragione più profonda di questo incessante intento sarà probabilmente soggettiva e psicologica.
Perchè il percorso conoscitivo, e la comprensione del suo valore e della sua necessità, sono (e forse rimarranno) conquiste individuali imprescindibili. Ciò che le alimenta è la sensazione di divenire e di ascesa che le accompagna, la tendenza all’accrescimento e alla maturazione – di fronte a cui l’idea della terminazione è ostica se non priva di senso.
Similmente, non credo sia utile cristallizzare nè tantomeno imporre una qualsiasi dottrina (sebbene già Plank osservasse, e Kuhn spiegasse, che le teorie e i paradigmi si succedono come le generazioni, cioè sulla base della morte degli esponenti delle precedenti). Piuttosto, quando una teoria è affiorata nella sua supposta coerenza e completezza, ci si deve limitare a proporla e criticarla, a renderla disponibile ad altri come suggerimento non vincolante e possibile tramite (tra i tanti) verso una eventuale illuminazione individuale; e non, invasati dalla rivelazione, farne mezzo di plagio forzato (specialmente se di massa, come nel caso dei profeti e le corrispettive religioni). Si pensi, per questo, alla differenza tra Gesù (reale o fittizio) e Paolo di Tarso. Forse è per questo che (per quanto ne so) quasi nessuno dei grandi saggi di ogni tempo ha mai imposto le sue vedute (nell’esempio di prima, fu Paolo ad imporre il cristianesimo, non Gesù), con l’eminente eccezione parziale di Marx (e dei suoi epigoni), che di fatti incarna pregi e difetti della dialettica tra teoria e praxis – delle ripercussioni materiali e rivoluzionarie di strutture di pensiero ideali.
Del resto l’uomo sinottico - di cui parlava Platone nel suo mito della caverna - una volta presa visione (personale) della realtà supposta vera, torna nella caverna ed illustra la sua visione agli altri. Nel limitarsi ad illustrare e nel non costringere, egli lascia intatta la libertà altrui, premessa dell’integrità e dell’autenticità del loro cammino.

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